Alberto si gira su un fianco e allunga il braccio sotto il cuscino umido di sudore. Prende un respiro lungo e lascia uscire l’aria dal naso adagio, un poco per volta. Dovrebbe servire per rilassarti ma quando ne hai bisogno davvero non funziona mai. Due minuti fa gli è sembrato di sentire una scossa e adesso se ne sta lì all’erta, un’antenna pronta a captare qualsiasi eventuale vibrazione. Ma quando è così, le vibrazioni le produce lui.
C’è stata una notte, qualche giorno fa, che era sicuro al cento per cento di aver sentito il letto sobbalzare. Si è tirato su a sedere e ha acceso la luce per controllare il lampadario, che pendeva perfettamente immobile dal soffitto. Con voce assonnata, senza nemmeno alzare la testa dal cuscino, Silvana gli ha chiesto cosa c’era.
Lui le ha detto: - Non hai sentito niente?
Silvana gli ha risposto di no, che lei non aveva sentito niente, e lo ha pregato di spegnere, aveva sonno, anche se c’era stata una scossa era stata leggera.
Alberto non era molto convinto e prima di rimettersi giù ha guardato la sveglia. Segnava le 3,42. La mattina dopo è andato a controllare su internet ma in effetti di scosse non ce n’erano state, né alle 3,42 né in tutta la notte.
Anche questa qua, si dice, me la sarò immaginata.
Terremoto o non terremoto, stanotte non c’è verso di addormentarsi. Sarà il caldo, o quel gatto in cortile che si continua a lamentare. Sembra un neonato che piange, pensa Alberto, e gli tornano in mente i primi tre o quattro mesi dopo che era nata Arianna, quando per far riposare Silvana, che aveva fatto il cesareo, passava le notti in piedi, andando avanti e indietro per il corridoio con la bimba in braccio. Ma in fondo, a parte la stanchezza per il sonno perso, non gli dispiaceva affatto passeggiare nel buio con quel fagottino che profumava di latte e creme per neonati. Colpa delle coliche gassose, diceva il pediatra. La digestione, insomma. Più o meno come lui stanotte, pensa con un sorriso. Solo che per Arianna era il latte, per lui, accidenti al fritto, le crescentine.
Alberto si puntella su un gomito. Nel buio appena velato dalla luce dei lampioni che entra dalla finestra, stringe gli occhi per scrutare sua moglie, addormentata profondamente al suo fianco. E dire che s’è fatta fuori una vagonata di crescentine, con tanto di coppa, pancetta, salame, cipolline sottaceto e peperoni. Ha sempre avuto uno stomaco di ferro. È a lui che dopo tre o quattro bicchieri cominciano a venire i bruciori. Lei niente. Lei, fin da giovane, buttava giù lambrusco come dovesse annaffiarci il giardino e non faceva una piega. Solo, cominciava a ridere un po’ più forte del solito e le guance le diventavano rosse. Ma lui la lasciava fare. Anzi. Si divertiva a vederla così. La guardava ridere e intanto pensava a dopo, quando avrebbero salutato gli amici e, prima di riportarla a casa dai suoi, si sarebbero fermati da qualche parte.
Adesso però l’invidia. Dorme come un ghiro, lei. Alla faccia del caldo, della digestione e dei gatti in amore. Alberto allunga le gambe verso il pavimento, inforca le ciabatte, si alza.

Si ferma davanti alla camera di Arianna. L’uscio è socchiuso. Appoggia il palmo alla maniglia, la spinge adagio. Non accende la luce. Non ce n’è bisogno, conosce la stanza a memoria. Gli scaffali, la scrivania, il vecchio armadio di legno che Arianna stessa ha dipinto di azzurro. E poi non ha voglia di vedere il letto vuoto e rifatto. Però allunga in avanti il mento e annusa. Il suo odore. Porca vacca, quanto le manca. Già adesso.

Alberto entra nella cucina deserta. Sensazione di fresco. Tira giù dal ripiano dello scolapiatti un bicchiere e lo riempie sotto il rubinetto. Ha paura che l’acqua di frigo gli faccia male. Beve un sorso. Un po’ di bicarbonato forse gli farebbe bene. Apre l’anta del pensile e allunga la mano a cercare il barattolo. Versa mezzo cucchiaino, mescola, poi butta giù con una boccata rapida, per non sentire il gusto del liquido scivoloso e salato. Lava il bicchiere e beve un altro sorso d’acqua, per sciacquarsi il palato. Dalle profondità del suo stomaco affaticato sale un rigurgito silenzioso.

Ancora non ha voglia di tornarsene a letto. Apre la finestra e butta lo sguardo nel cortile deserto. Da qualche parte, il gatto continua a miagolare disperato, ma non riesce a vederlo.
La voce di sua moglie lo fa sobbalzare.
– Cosa c’è, babbo? Non riesci a dormire?
– Ho un mattone sullo stomaco. Saranno le crescentine.
Non gli sfugge il tono ironico con cui Silvana gli chiede: – Le crescentine?
– Sai com’è col mio stomaco. La digestione.
– E Arianna non c’entra, eh?
Lui sta zitto un secondo, poi chiede: - Dici che la casa è sicura?
- È nuova, l’hanno controllata gli esperti. Non hanno trovato nemmeno una crepa. E poi, non sono mica vicini all’epicentro.
Preferirei averla qua.
Silvana gli appoggia una mano alla schiena e gli fa una lenta carezza.
- È grande ormai, la tua bimba. Se la sa cavare da sola.
– Sì, ma.
– Ma?
– Niente. Sono uno scemo.
E poi non è mica da sola. C’è Stefano.
Capirai. Stefano.
Perché, cos’ha che non va? È un bravo ragazzo.
– Con tutti quegli orecchini, – dice Alberto.
Ma sotto il tono scontroso c’è un’altra sfumatura. Un’inflessione scherzosa che Silvana conosce bene. E infatti sorride.
– Si chiamano piercing.
– Be’, insomma, ci siamo capiti.
– Adesso va di moda così.
– Se va bene a loro, – dice scrollando le spalle.
– Torniamo a letto?
– Ma sì, è meglio, – si rassegna Alberto.
E mentre si avviano uno accanto all’altra verso la porta, d’impulso, passa un braccio attorno alle spalle robuste di sua moglie. Così si ritrovano abbarbicati l’uno all’altra come quei due ragazzi nella famosa foto di Doisneau, solo che anziché passeggiare in un’affollata via di Parigi stanno uscendo dalla cucina abitabile del loro appartamento, alle due e mezza di notte, lui non ha una giacca scura, ma un pigiama beige di quelli aderenti, e la maglia gli tira anche un po’ sulla pancia, mentre Silvana indossa una camicia da notte acquamarina, che le arriva sotto il ginocchio, con un disegno a fiori stampato sul petto. Eppure in quel momento, nonostante il peso sullo stomaco, nonostante il gatto che lancia i suoi richiami in cortile, nonostante i dolci morsi della nostalgia per sua figlia, la sua piccola Arianna, che ormai ha ventiquattro anni e se n’è andata a vivere in un appartamento a San Giovanni in Persiceto con un ragazzo di Lecce che studia scienze politiche e se ne va in giro che sembra una ferramenta, anzi, forse proprio per tutte queste cose ed altre ancora, misteriose, ad Alberto viene una gran voglia di dare un bacio al volo a sua moglie, a metà di un passo, proprio come quei due della foto, e finisce che senza starci troppo a pensare lo fa, giusto un attimo prima di rientrare in camera da letto. Rallenta, stringe il braccio di Silvana, che magicamente intuisce la sua intenzione e alza il viso verso di lui, per ricevere a labbra socchiuse quel bellissimo bacio notturno di padre malinconico e innamorato.
E mentre si abbandona tra le braccia di Alberto, premendo con piacere il proprio seno contro il suo petto, Silvana pensa che a pensarci bene non è affatto un peccato essersi svegliati a quell’ora di notte.


Uscito nell’antologia Alzando da terra il sole
Strade Blu - Mondadori (2012)